IL LAMA DELL’ALABAMA di Nicolò Cavallaro (Hacca Edizioni)

In questi giorni ne stanno parlando un po’ tutti, da Letture Metropolitane a Matteo B. Bianchi su Copertina a Farenheit su Radio3, ed è un clamore assolutamente meritato.

Un libro che è un inno alle acrobazie linguistiche possibili con la nostra splendida lingua.

Un libro che andrebbe letto tutto ad alta voce, gustandoselo come un bicchiere di vino, perché le figure di suono, le assonanze, le rime interne, l’uso scaltro degli omofoni e delle allitterazioni… È come una formula magica, un incantesimo, che mentre ti strega ti racconta anche una storia.

Un libro insolito, un libro diverso, dove la trama ovviamente c’è, ma anche meno, ma anche no. Conta il raccontare, il gesto dello scrivere, proprio, la scelta di ogni singola parola, di ogni singola sequenza di lettere, suoni. Un lavoro di una maestria incredibile!

Mi sono ritrovata anche a commuovermi (che per un libro così verrebbe da pensare “ce ne vuole!”), quando lo strampalato protagonista, dopo una giornata difficile, reincontra una sorta di vecchia fiamma ed è come se ti dicesse che in qualche modo la vita va sempre avanti, anche dopo una perdita dolorosa. Ma non lo dice così, come lo direbbe uno scrittore qualunque. Visto che è un libro surreale, lui scrive: “Mentre Sabrina spira ti svegli così così, riavvolgi nastri messaggi vocali note e scambi, ciondoli e ciondoli ti svegli in un modo, ci sguazzi ti svegli in un modo, e poi, poi arriva la vita e ti rimbocchi le maniche: doveva essere un capitoletto, giuro, breve breve e guarda qui, uno si sveglia così e così e poi, ti prende la mano il tempo le cose da fare, le cose, Astolfo.”

Prossimo capitolo.

PS: Kudos alle Edizioni Hacca, un lavoro come sempre curatissimo e dallo stile inconfondibile

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