L’ORIZZONTE DELLA NOTTE di Gianrico Carofiglio (Einaudi)

Già me lo vedo, Carofiglio, ex senatore della Repubblica, oltre sei milioni di copie vendute, premio Campiello, premio Bancarella, premio Tutto e chi più ne ha più ne metta, lì seduto sulla punta della sedia in spasmodica attesa della mia recensione (di un libro uscito ormai un anno fa, ma si sa che io ho i miei tempi).

Scherzi a parte, è stato piacevole leggere la settima avventura dell’avvocato Guido Guerrieri, protagonista di una serie di gialli procedurali (alcuni direbbero thriller legali) a metà tra “Un giorno in pretura” e “Il manuale del Guerriero della Luce” di Coelho, famosissimi e vendutissimi e amatissimi. In effetti, non sembra esserci molto di “altro” in questo romanzo. Se non che, forse, questa volta alle già frequenti riflessioni sul senso della vita fatte dal protagonista si sommano i resoconti delle sedute dallo psicoterapeuta, che rallentano ulteriormente il ritmo di una vicenda processuale scontata, priva di veri colpi di scena e anzi ripetitiva di schemi e motivazioni già lette nelle avventure precedenti. Di giallo, insomma, per non dire di thriller, sembra esserci ben poco. Che Carofiglio si sia stancato di questa vita (la sua o quella che racconta) come il suo protagonista?

Chissà, una bella variante magari sarebbe introdurre, per l’avvocato Guerrieri, una qualche forma di impegno interpersonale. Eh? Confesso di invidiare la totale assenza di una qualsivoglia responsabilità nella vita del protagonista. Niente moglie (la ex è solo un ricordo), niente fidanzata (solo avventure che cambiano di volta in volta con fighe paura giovani e irresistibilmente attratte dal bel tenebroso), niente figli, niente fratelli o sorelle, niente genitori, niente amici bisognosi d’attenzione o d’aiuto (che non sia legale, si capisce)… Guerrieri è solo al mondo e si gode la sua assoluta libertà di non dover rendere conto di niente a nessuno, se non al silenzioso signor Sacco. Sinceramente, non è molto realistica, come realtà. Ma forse è davvero solo l’invidia a parlare!

Un altro motivo per cui questo libro è “altro” è che, purtroppo, non fa più ridere. Leggendo soprattutto i primi volumi della serie capitava spesso di scoppiare a ridere per l’umorismo caustico di Guerrieri, per le sue riflessioni seriose-sarcastiche alla Checco Zalone, per le osservazioni acute e smaliziate sulla città di Bari e sui curosi personaggi che la popolano. Tutto scomparso, avvolto in una malinconia nostalgica da sessantenne che a me è sembrata stridere parecchio. Peccato.

Mi autocito: Non sempre un’altra storia è migliore. Ma un’altra storia è sempre possibile.

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