L’OMBRA DEL VULCANO di Marco Rossari (Einaudi)

Ho deciso di leggere questo libro per sfida, perché l’avevo sentito descrivere come pesante, negativo, opprimente. Innegabile che lo sia, o almeno che lo possa sembrare.

È un libro sul cuore. Un cuore malato di un io narrante ipocondriaco, un uomo vago e insicuro che non fa che controllarsi i battiti e pensare, ricordare, giudicare. Un cuore spezzato dalla fine di una relazione importante che ci viene raccontata in tutti i dettagli minimi, tanto cari a chi li ha vissuti quanto inconsistenti per chi li legge. Un cuore affaticato, stanco, sudato, solo, alcolizzato, impegnato nella traduzione di un’opera (“Sotto il vulcano” di Malcolm Lowry) considerata illeggibile, figuriamoci se riscrivibile in un’altra lingua.

Eppure, o forse proprio per tutte queste cose insieme, è un libro sincero e spietato, profondo e indelebile, un diario più che una storia, uno specchio in cui Rossari (che, non a caso, ha quasi vinto lo Strega pochi anni fa) riflette l’esistenza in quanto tale, parlando della propria angoscia per parlare dell’angoscia di tutti. E credo ci riesca molto bene. Talmente bene che il “Moriremo tutti!” del suo amore perduto rischia di diventare il tuo nuovo tormentone.

A livello personale, ho ritrovato tanto del mio lavoro nelle sue parole, e forse anche grazie alla contiguità lavorativa (per quanto la sua professionalità sia incomparabilmente superiore alla mia) alcune sue frasi mi si sono incise nell’anima. Dice della traduzione: “A me, in fondo, era sempre sembrata un’arte mite. Non era solo riuscire a restituire un testo in italiano. Era soprattutto una lenta meditazione sulle parole, stare lì nell’ingranaggio, sotto il motore, con le mani sporche di unto come un meccanico, essere un monaco che riflette su Dio attraverso i lavori manuali. Bisognava avere pazienza, umiltà, dedizione. Nessuno conosce gli anfratti della scrittura come i traduttori.”

Ecco, così.

Nessuno conosce gli anfratti della scrittura come i traduttori.

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