Ho letto questo libro il mese scorso, ma ho aspettato l’incontro con l’autrice (grazie a Le Sfogliatelle) per farmene un’idea più completa. Autora Tamigio è un’autrice disponibile, simpatica, comunicativa e – come si dice – “acqua e sapone”, che pur avendo esordito con Feltrinelli (gz!) sembra non badarci molto.
Il romanzo è una saga familiare classica ambientata in Sicilia e racconta la storia di cinque donne, divise in tre generazioni. Come spesso accade in questa tipologia di romanzi, tutte le donne descritte sono più sveglie o più forti o più sfortunate della media. Vero è che ogni vita è eccezionale a modo proprio. Si legge bene, velocemente, con piacere. Ci sono amori, morti, nascite, matrimoni e annessi e connessi, il tutto condito da una ricerca del dettaglio storico di livello alto, che arriva a rappresentare molto bene la realtà quotidiana dell’epoca. Tamigio stessa durante la presentazione ha specificato che le ricerche per l’ambientazione sono state impegnative e accurate, e si vede.
È un bel libro, scritto molto bene e progettato con cura (l’architettura, costruita sull’idea iniziale di cinque racconti separati, è elegante e solidissima), pur essendo un po’ l’emblema di cosa oggi, nel mondo dei romanzi italiani, non è “altro” sotto quasi tipo nessun punto di vista. Infatti, ha venduto settecentordicimila copie e io stessa l’ho letto perché proposto da uno dei bookclub che seguo (organizzato dall’Associazione Culturale Piero Gatti). Imperdibile, insomma. Come I Leoni di Sicilia (e seguito), La grande meraviglia, La portalettere, La casa sull’argine (e seguito), praticamente tutta Simonetta Agnello Hornby, senza dimenticare il film della Cortellesi… La saga familiare femminile preferibilmente del centro-sud Italia oggi è un must.
Il finale, purtroppo, non è un finale. Essendo una saga familiare, semplicemente a un certo punto l’autrice smette di raccontare. Anche la riflessione sulla possibilità che finalmente le donne possano ora tenere il proprio cognome scivola via che quasi neanche te ne accorgi. Forse ci sarebbe stata bene un’intera scena ambientata in comune, con la sposa che insiste per tenere il proprio cognome e i rappresentati del patriarcato presenti che ne restano scioccati. Per dire.
