Questo è il primo libro di Muzzopappa che leggo, ma non resterà l’ultimo. Lo stile è decisamente altro, ironico, beffardo anzi, con lunghe digressioni e descrizioni che, pur esulando dalla trama del romanzo in sé, mi sono parse la sua caratteristica più notevole e interessante. Ho riso spesso, tanto e bene, di quel riso catartico solo apparentemente superficiale.
Letta la quarta di copertina, ci si potrebbe aspettare una versione nostrana e aggiornata del capolavoro “Le intermittenze della morte” di Saramago. Ecco, no. Il tono è decisamente diverso (e Muzzopappa le virgole le usa). Per quanto non manchino le riflessioni filosofiche e le considerazioni sulle funzioni della morte, e sulla sua eventuale assenza per raggiunti limiti di età, qui a regnare è invece un piccolo teatro dell’assurdo. C’è un gruppo di preghiera di provincia con tutti i suoi personaggi-maschere, una INPS fantozziana, un Antonio tanto amato quando improbabile nella sua incoerenza e poi ovviamente c’è lei, Maria, la protagonista, una sessantenne che fa il lavoro più antico del mondo (che no, evidentemente non è “quello”).
L’atmosfera è surreale e il racconto salta abilmente tutte le spinose questioni che seguirebbero a un eventuale pensionamento della morte (questioni che invece Saramago affronta di petto). Maria è una morte umana – troppo umana, forse – che diventa una semplice donna sola, con cui si empatizza tanto da dimenticare che è la più grande paura dell’umanità. Pur portatrice concreta del mistero di cosa ci sia dopo la vita, Maria non ce lo svela mai. Peccato.
Kudos per la copertina: originale e accattivante, capace di rendere facilmente riconoscibile il romanzo a colpo d’occhio.
