Non si dovrebbero recensire i libri degli autori che già si sa che ci piacciono… però dai, non ci si può esimere dall’incensare questo capolavoro di thriller! Di Paola Barbato si sta parlando molto in questi giorni per “Mani nude”, il film diretto da Mauro Mancini e presentato alla Festa del Cinema di Roma, tratto dall’omonimo romanzo di qualche anno fa. Ma io non faccio (quasi) mai quello che fanno tutti e parlo invece di uno dei suoi romanzi meglio riusciti, secondo me. Anzi, del migliore in assoluto.
La protagonista M P (chi lo leggerà, capirà perché solo le iniziali) è una figura complessa, profonda, completa. Non è cattiva né buona, non è una pazza criminale né un’anima santa, come le sue quattro amiche e compagne di “struttura”, le cui vite sono state immaginate e ricostruite fin nei minimi dettagli. Niente viene lasciato al caso. La progettazione della trama, delle sottotrame, degli intrecci e dei colpi di scena è magistrale. Barbato è una regina della tensione, riesce a non dire un sacco di cose (vogliamo parlare del brivido lungo la schiena quando M dice al corriere che ha iniziato a volergli bene e poi gli allunga lo zucchero per il tè?!?), a provocare una scia di morti apparentemente casuali che però poi ci vengono raccontati, uno per uno, vite di comparse anche loro pregne di significato. Ogni particolare descritto ha una sua valenza intrinseca, studiata con cura e restituita con maestria.
Spesso il thriller/noir resta in superficie, mostra la cattiveria e le miserie dell’animo umano per il puro gusto di intrattenere. Questo romanzo, invece, è una delle più accurate e profonde analisi dell’amore materno che io abbia mai letto. Per non parlare della femminilità in tutte le sue sfaccettature, del rapporto di coppia, della solitudine, anzi delle solitudini… C’è tutto, mostrato e non spiegato, vissuto e non insegnato.
Un viaggio nella follia, tra veleni e scatole bianche, che vale assolutamente la pena di fare.
