Riedizione del romanzo d’esordio di Andrea Viscusi, un autore che ho scoperto – mea culpa l’averlo ignorato finora – grazie alla splendida guida “Fantascienza. Storia delle storie del futuro” (Armillaria Edizioni) [cito: Dalla Rivoluzione industriale (e anche un po’ prima) fino alle ultime uscite in giro per il mondo, viaggeremo tra le epoche della science fiction per scoprire dove è arrivata la fantascienza pur rimanendo su questo povero pianeta.]
Se esiste il surrealismo nella fantascienza, in questo splendido romanzo lo troviamo ben rappresentato, in un viaggio tanto piacevole quanto imprevedibile oltre i più diffusi cliché fantascientifici (dagli X-nauti alle realtà alternative). La divisione in tre parti sembra ricalcare il solito viaggio dell’eroe, ma è ben altro. Sono tre viaggi da tre punti di vista diversi (tensione, introspezione, speculazione) sullo stesso concetto, tanto classico quanto fertile: la retcon. La retroactive continuity è un espediente narrativo tipico delle serie molto lunghe, delle saghe, delle storie ampie (come la storia dell’universo) usato per riparare buchi di trama, riportare in vita personaggi amati, adattarsi a cambi di rotta (o di mentalità collettive). Un cambio di regole condivise pericoloso, ma interessantissimo.
La scrittura di Viscusi è pulita, chiara, lo stile ineccepibile. La figura dell’onironauta Dorian Berti è affascinante, la sua storia personale (e d’amore) è coinvolgente. Un romanzo di fantascienza che, secondo me, va parecchio oltre.
Mi è spesso capitato di pensare che la sci-fi stia alla letteratura come il jazz sta alla musica. Un genere per pochi (pochi ma buoni, mi verrebbe da dire, una cerchia di appassionati quasi fanatici, collezionisti e conoscitori sopraffini, intimamente critici proprio perché amano troppo) che parte da canoni conosciuti e condivisi e poi permette di volare via, spesso letteralmente, verso mondi nuovi e inesplorati. C’è sempre un po’ di Le Guin, di Dick, e di tutti gli altri mostri sacri, in quello che leggiamo oggi. Ma è giusto così, deve essere così. La maestria del jazzista sta nel creare una musica che non esisteva, in modo coerente, espressivo e personale, mantenendo il dialogo aperto con gli altri musicisti, con chi ascolta e con l’intera storia del genere. E questo tipo di dialogo è aperto di default nella fantascienza.
