Protagonista di questo mese del mio mitico Bookclub dell’Associazione Culturale Piero Gatti, il romanzo “Circe” nasce (ormai nel 2018) come retelling di un personaggio secondario della mitologia greca, la maga resa famosa da Virgilio e Omero quasi esclusivamente perché i maiali sulla sua isola erano in realtà uomini (e cito: “che sono peggiori dei maiali”).
In realtà, questo romanzo è anche molte altre cose.
Prima di tutto, è un omaggio alla materia che l’autrice studia e insegna da una vita: i miti classici, le radici culturali dell’occidente. Leggere di dèi e titani, ninfe e umani, sacrifici e supplizi, negli spazi e tempi dilatati dell’epica, mi ha felicemente riportata ai tempi del liceo. Qui li ritroviamo quasi tutti: Elios (pessimo padre), Perseide (madre assente), Eete (fratello egoista), Glauco (primo grande amore), Prometeo (prima scintilla di umanità), e poi a seguire in ordine sparso Dedalo, il Minotauro, Medea, Giasone, Odisseo, Telemaco, Penelope… Però, è il punto di vista dell’io narrante Circe a raccontarceli e a interpretarli in modo diverso. Medea (che è anche sua nipote) è una donna arrogante e folle d’amore, in cui Circe riconosce la se stessa giovane e che tenta invano di avvisare del destino atroce che la attende. E Odisseo (che diventa padre di suo figlio) non è solo il solito eroe astuto e seducente, ma un uomo pieno di rancori, stanco, cinico. Uno sguardo quindi originale, personale, quasi privato.
È poi un romanzo femminista, tema molto caro a Miller. Circe è l’archetipo della donna che, non potendo (o volendo?) puntare tutto sulla bellezza, sceglie di puntare sul cervello, sull’intelligenza, sull’astuzia, sulla cultura. Impara a imparare, a non dare per scontato che, in quanto dea, sa già tutto (come invece fanno i membri della sua famiglia d’origine, emblemi di arroganza e presunzione). Circe si evolve, da lamentosa vittima della discriminazione di un ambiente che la considera diversa – e quindi sbagliata – a donna potente, realizzata, consapevole, riuscendo infine a creare uno splendido rapporto di sorellanza con Penelope, in teoria sua rivale in amore.
In generale, è un romanzo sulla trasformazione. Quella fisica e concreta che permette a Circe di trasformare degli uomini in maiali, una ninfa nel mostro Scilla, un umano in un semidio… Ma soprattutto la trasformazione interiore, che dimostra che niente del nostro destino è già scritto alla nascita, che tutti evolviamo e possiamo indirizzare la nostra rivoluzione umana in una direzione che scegliamo noi, liberamente. Quella trasformazione che fa scegliere a Circe, infine, la strada della mortalità, l’unica che valga davvero la pena vivere fino in fondo.
PS: volendo, è anche un romanzo d’amore, un vero romance con tutti i crismi. Ci sono diverse storie d’amore, tragiche o passionali o tenere, invidie e gelosie, gravidanze più o meno incestuose, alberi genealogici più incasinati di quelli di Beautiful… ma soprattutto il lieto fine!
