Seguendo il saggio consiglio di Tegamini, non ho letto questo libro, ma l’ho ascoltato (su Audible). Perché ascoltare Paolo Nori che legge Paolo Nori è un’esperienza da fare, una volta nella vita. O anche più di una, visto quanto è piacevole! Il libro sembra quasi nascere come audiolibro perché la scrittura di Nori è volutamente orale (spiega bene lui nelle prime pagine perché oggi fatichiamo tanto a leggere e comprendere un endecasillabo di Dante).
La sua è una scrittura volutamente sgrammaticata, piena delle figure retoriche tipiche dell’oralità, prima fra tutte l’anacoluto, e poi ripetizioni, ellissi, pleonasmi… Insomma, fosse stato un tema di scuola, l’avrebbero bocciato. Invece è un romanzo di Nori, e allora bisogna ascoltarlo, e possibilmente premiarlo.
Poi, questo romanzo è davvero un romanzo? Se lo chiede l’autore stesso, quindi è legittimo che me lo chieda anch’io. A prima vista sembrerebbe di no. Con la “scusa” (mi si perdonerà la semplificazione) di commentare le poesie di Raffaello Baldini, Nori parla della sua vita privata, della sua carriera di traduttore, professore e scrittore, della sua giovinezza, delle sue disavventure quotidiane, ma anche della vita in generale, del significato dell’invecchiamento, di come trovare il coraggio di smetterla di voler solo fare bella figura, della letteratura russa di cui è grande esperto, dei coglioni e dei sandroni e della sua amata Togliatti. Tutto mischiato, confuso, ripetuto. Eppure, tutto che ti arriva dritto dentro al cuore. È certo un metaromanzo, visto che, mentre scrive, Nori scrive anche di sé che scrive questo romanzo…
Potrebbe essere anche una lunghissima puntata del suo podcast, dove la banalità del quotidiano si accorda e alterna alle profondità filosofiche della poesia più audace. Che bello che dev’essere, aver vissuto e sapere e saper comunicare così bene tutte queste cose insieme!
Se questo romanzo vincerà il Premio Strega 2025, io credo lo vincerà come premio alla carriera. D’altronde, credo si possa dire che questo è un romanzo alla carriera.
