QUELLO CHE SO DI TE di Nadia Terranova (Guanda)

Se proprio non possiamo fare a meno di leggere di padri e madre e nonni e nonne vissuti negli anni delle Grandi Guerre, farlo approfondendo il tema del trattamento della malattia mentale nel Mandalari, il “manicomio” di Messina, può permettere di aprire a qualche considerazione più originale e interessante.

La storia di Venera, la bisnonna dell’io narrante, ricoverata in seguito a una presupposta pazzia dovuta (ma chi lo sa per certo?) a un aborto spontaneo in seguito a una caduta, viene ricostruita e rivissuta dalla pronipote a furia ricerche documentali, messaggini chiarificatori, nottate insonni e un marito dalla pazienza infinita. La voce narrante, madre a propria volta, ricostruisce così il filo matrilineare che la lega alle radici familiari, ricostruendo la verità laddove la Mitologia Famigliare aveva inventato, per proteggere, per pudore, per ignoranza. In fondo, c’è quasi un’aurea da realismo magico in questa Sicilia superstiziosa, tra numeri magici del destino e il mese dell’anno in cui succedono tutte le cose importanti, madri che sanno il sesso del figlio prima ancora di concepirlo e figli che si suicidano per motivi misteriosi.

Comunque, se questo romanzo avesse avuto un cento pagine di meno, ecco, non è che mi sarebbero mancate…

Significative le figure dei medici incrociati, anonimi ma archetipici: la doc che strilla e giudica su internet, il dottorino che suppone e presuppone, il professionista umano che sembra un’eccezione. Non doveva essere facile, la vita in quegli anni. Ma chissà cosa racconteranno di noi tra cent’anni i nostri di pronipoti!

Mi sembra di aver capito che l’ingrediente fondamentale per far parte della cinquina del Premio Strega 2025 sia questa tematica auto-familiare, così simile in quasi tutte le altre opere in concorso. Evidentemente, va di moda questo e quindi questo viene premiato. A livello personale confesso, però, di preferire Altro.

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