Ho ripreso in mano questo capolavoro di vent’anni fa (gasp!) perché ero alla ricerca di un brano specifico e… me lo sono riletta tutto con ancora più gusto della prima volta. Che belli, i libri così!
I quattro protagonisti, con i loro punti di vista, le parlate, i tic verbali, sono perfetti da prendere come esempio per insegnare nelle scuole di scrittura creativa cosa significhi differenziare i personaggi e renderli vivi, reali. L’ironia e il gusto per il nonsense di Hornby tengono insieme il canovaccio di una storia originale, surreale ma estremamente umana. Perché è facile mostrare il male di vivere usando gli spiegoni e la filosofia. Molto di più difficile è farlo semplicemente mostrandola, la vita, nella sua banalità fatta di parolacce e illusioni, una strada tracciata da chissà chi che sembra per lo più non avere nessuna direzione precisa, usando quattro voci uniche in cui chiunque può riconoscersi.
E visto che il brano che ero andata cercando è appunto una citazione in cui ricordavo di riconoscermi, la ripropongo qui.
A parlare è JJ, il musicista americano “fallito”.
Ma avere talento non è mai abbastanza per renderci felici, giusto? Cioè, lo dovrebbe essere perché il talento per qualcosa è un dono e dovresti ringraziare Dio che ce l’hai. Ma io invece no, a me faceva solo girare i coglioni, perché non mi procurava soldi e non mi faceva finire sulla copertina di Rolling Stone. Oscar Wilde ha detto che spesso la nostra vera vita non è quella che viviamo. Beh, cazzo, bravo Oscar. La mia vera vita era piena di concerti da prima pagina a Wembley e al Madison Square Garden e di dischi di platino e di Grammy. Non era la vita che stavo vivendo. Motivo forse per cui mi è venuta voglia di buttarla via. La vita che vivevo non mi permetteva di essere, non lo so… di essere quello che pensavo di essere. Non mi permetteva neanche di reggermi dritto come si deve. Mi sembrava di camminare in una galleria sempre più stretta e buia e che aveva iniziato a riempirsi d’acqua e io dovevo stare tutto gobbo e davanti a me c’era un muro di roccia e gli unici attrezzi che avevo erano le unghie. Forse tutti si sentono così, ma non c’è una ragione per restarle attaccati. Comunque, quella notte dell’ultimo alla fine mi ero rotto. Avevo tutte le unghie consumate e la punta delle dita sbucciate. Non ce la facevo più a scavare.
Versione originale per i puristi: But having talent is never enough to make us happy, is it? I mean, it should be, because a talent is a gift, and you should thank God for it, but I didn’t. It just pissed me off because I wasn’t being paid for it, and it didn’t get me on the cover of Rolling Stone. Oscar Wilde once said that one’s real life is often the life one does not lead. Well, fucking right on, Oscar. My real life was full of headlining shows at Wembley and Madison Square Garden and platinum records, and Grammies, and that wasn’t the life I was leading, which is maybe why it felt like I could throw it away. The life I was leading didn’t let me be, I don’t know… be who I thought I was. It didn’t even let me stand up properly. It felt like I’d been walking down a tunnel that was getting narrower and narrower, and darker and darker, and had started to ship water, and I was all hunched up, and there was a wall of rock in front of me and the only tools I had were my fingernails. And maybe everyone feels that way, but that’s no reason to stick with it. Anyway, that New Year’s Eve, I’d gotten sick of it, finally. My fingernails were all worn away, and the tips of my fingers were shredded up. I couldn’t dig any more.
