Visto che i protagonisti di Hornby alla fine (alert: spoiler!) non si buttano giù, dopo aver girato l’ultima pagina di quel romanzo – con la suggestiva immagine metaforica della ruota panoramica vista da lontano, che sembra ferma, e chissà se si muove, ma sì che si muove – ho sentito il bisogno di approfondire invece una storia in cui l’esigenza insopprimibile di farla finita, purtroppo, porta alle estreme tragiche conseguenze.
Conoscevo e apprezzavo Matteo B. Bianchi come voce del podcast “Copertina” di storielibere.fm, e ho scelto quindi tramite lui di approfondire la vita di chi resta, dei sopravvissuti, delle vittime secondarie di quello che non viene considerato un crimine ma è a tutti gli effetti un assassinio. Un omicidio timido, come scrisse Pavese (e giustamente Bianchi cita).
Il libro è tanto più doloroso da leggere perché è un memoir. Non è un romanzo di fantasia. Sì, l’autore si prende qualche libertà con i tempi e i luoghi, ma lo strazio che racconta, a di più di vent’anni di distanza dagli eventi, è il suicidio del suo compagno di allora, nella casa che avevano condiviso, a tre mesi di distanza dalla fine della loro relazione. Nelle parole di Bianchi ci sono tutte le sfumature che può assumere la sofferenza di chi resta, dal senso di colpa alla confusione, dal vuoto totale all’incredulità, dal panico vero e proprio alla disperazione più etimologica. Chi resta vive un inferno in terra fatto soprattutto di solitudine, perché sembra che nessuno potrà mai comprendere il peso di una perdita del genere, che non è come una perdita per malattia o per incidente. È una perdita che lascia chi resta impotente. E solo. Retroattivamente solo. Come se fosse stato solo sempre, incapace di comprendere, intuire, prevenire, impedire, salvare.
Non è sicuramente una lettura facile, ma insegna tanto. Insegna a evitare le semplificazioni da psicologia spiccia e a scoprire lo sguardo lontano di chi, come l’autore, ha ancora la sua vita da vivere. Con i suoi tempi, i suoi modi, ogni sopravvissuto può cominciare a “spostare” quel dolore prima totalizzante e imparare a viverci insieme, accanto, magari davanti. Come fosse un mobile che farà sempre parte dell’arredamento, ma che a poco a poco smetterà di essere il fulcro intorno al quale ruota ogni altra cosa.
