Fino all’ultimo ho sperato che succedesse qualcosa di diverso. Qualcosa che mi impedisse di pensare che, in fondo, la vita del killer professionista non è niente male, con tutti quei soldi in tasca e rapporti interpersonali normali, anche una moglie e un figlio magari, o amici, o progetti di viaggi e vacanza. Qualcosa che facesse appello al valore della vita, all’intrinseca malvagità dei criminali, alla giustizia che trionfa sempre…
Macché.
Adoro Robecchi anche perché per lui il cinismo non è una posa: è proprio uno stile di vita. I suoi ormai mitici assassini professionisti, il Biondo e Quello con la Cravatta, sono due manager della Milano che fattura, dove i professionisti (tutti i professionisti…) devono anche saper proporre la tariffa giusta nel rispetto della concorrenza. La loro impresa si occupa di uccidere su commissione, avendo l’accortezza di far sembrare l’evento un incidente. Li accompagna un’ironia letale, letteralmente, che attraversa ogni dialogo e ogni scena, assecondando con il suo umorismo nero un ritmo incalzante e imprevedibile.
Insomma, una lettura che è un vero piacere peccaminoso, che fa venire pensieri oscuri… perché se fosse tutto vero… se fosse proprio così facile… avrei in mente anch’io un paio di nomi…
È vero, manca Monterossi. E, personalmente, sento anche la mancanza di Katia “l’agente mastodontica” e della sua risata, per me una presenza di colore straordinaria come lo era Karen in “Will & Grace”. Ma uno spin-off che riesce così bene e si legge così volentieri può essere opera solo di una penna davvero speciale.
