Successone adorato dalla critica, questo libro è uscito già da qualche anno, ma – stante anche la mole – sono riuscita a leggerlo solo impiegando un lasso di tempo non indifferente. Per mia fortuna, lo stile frammentario e a tratti ripetitivo della narrazione, con continue analessi e prolessi degli stessi eventi, mi ha permesso di non perdere mai veramente il filo della storia. Anche perché la trama di per sé è piuttosto semplice e si può riassumere così: la storia corale di due famiglie basche simili nella loro dialettica antitetica, una funestata dall’assassinio del padre per mano dell’ETA e l’altra dalla presenza di un figlio incarcerato perché terrorista. Sullo sfondo, la comunità, i pregiudizi, l’ignoranza, l’odio, i nazionalismi e i regionalismi, la colpa e la redenzione.
La magia del romanzo sta tutta nello stile dell’autore, davvero pregevole. Il continuo “head hopping” del punto di vista, che sposta la focalizzazione da un personaggio all’altro, usando domande retoriche e dubbi che esprimono la confusione di una voce narrante che sembra una invece è molti, così come i dialoghi che passano dalle riflessioni in indiretto libero (solo apparentemente sgrammaticate) a una specie di copione teatrale che fa a meno di qualsiasi verbo dichiarativo, tutto concorre a una sorta di flusso di coscienza della storia stessa, molto coinvolgente e realistico.
Nota di (de)merito per le due madri, un tempo amiche (e quasi suore insieme), Miren e Bittori. Due donne davvero pessime! La prima interessata solo a pulire e mettere in ordine, che difende l’adorato figlio a prescindere, anche quando diventa un assassino violento e contribuisce all’uccisione del migliore amico del marito. La seconda che piuttosto che andarsene dal paese dove può fare “la signora” finisce col far uccidere il marito, e giudica la donna di cui il figlio è innamorato immeritevole di lui perché “le infermiere con le infermiere e i dottori con i dottori”. Davvero, impossibile empatizzare con due figure del genere, nonostante la prima finisca costretta a occuparsi di una figlia diversamente abile, abbandonata dal marito, e la seconda si ritrovi vedova, isolata, a poter parlare solo con la lapide del marito…
Alla fine, siamo di fronte a un ritratto dinamico delle miserie e dei conflitti, personali e collettivi, che non possono che portare ad altro dolore, in un ciclo apparentemente impossibile da spezzare.
