C’è un motivo preciso se, qualche settimana fa, Gotto era tra i dieci libri di narrativa più venduti in Italia non con uno, né con due, ma con ben quattro (!) titoli.
Con uno stile estremamente basso e lineare, Gotto trasmette un messaggio rassicurante, motivazionale ma non critico, profondo ma accessibile, incoraggiando a trovare la felicità nella semplicità della visione buddista della vita. Io pratico il Buddismo – non lo Zen di Gotto, ma le radici filosofiche sono le stesse – da più di venticinque anni e la penso diversamente. Io credo che il Buddismo non sia (e non dovrebbe essere considerato) una filosofia prêt-à-porter o un comodo escamotage per fuggire dal senso di alienazione della modernità occidentale. È una via millenaria di immensa saggezza che richiede impegno, studio e tanta fede.
Comunque.
In questo romanzo la trama è più che altro una scusa per trasmettere un contenuto usando le lezioni del saggio Ghili al giovane e inquieto Davide. L’impianto narrativo si sviluppa in modo prevedibile, perché l’importante non sono la vicenda o i personaggi (tanto che Ghili a un certo punto sembra non essere nemmeno mai esistito… boh), ma il messaggio. Il succo è: il dolore si può separare dalla sofferenza, non bisogna pensare né lavorare troppo, la natura è sempre buona, si può mollare tutto quando si vuole, meglio vivere di rimorsi che di rimpianti. Volendo, punti di massima anche condivisibili, ma quanto concretamente applicabili? Verso la fine il libro ci prova, a mostrare l’evoluzione di Davide: felice di fare il rider, fa pulizia del superfluo, non litiga più con nessuno, decide di trasferirsi addirittura in Nuova Zelanda e nel mentre rivede la bellissima ragazza vietnamita che ovviamente ricambia il suo interesse… Un lieto fine verosimile come quello delle favole.
Ed è questo il nodo: il libro gioca con una spiritualità esclusiva da cartolina. Se tutti gli esseri umani del pianeta domani dovessero mettere in pratica il sistema proposto, il sistema stesso entrerebbe in crisi, perché si basa sul presupposto – mai dichiarato, ovviamente – che certe scelte le possono fare solo in pochi. Serve la folla perché il saggio se ne possa distaccare. Serve la pianura perché la montagna si stagli alta e maestosa.
Qualcosa di veramente meraviglioso sarebbe, invece, trovare la felicità dove e come siamo, con la vita, i legami, i doveri e le sofferenze che abbiamo, senza dover scappare. Quella sarebbe davvero un’illuminazione: non sentire il bisogno di viaggiare fino dall’altra parte del mondo per scoprire la felicità.
