La contraddizione intrinseca in un romanzo del genere (che non è autobiografico, ma appare comunque molto autocelebrativo) è inevitabile. Mentre la docente per eccellenza del bon ton contemporaneo ci addita come “sbagliato” tutto ciò che la società impone alle donne, a propria volta ci mostra un modello femminile di eleganza, gusto e raffinatezza che sembra tutto fuorché libero e ribelle.
Detto altrimenti: la protagonista sceglierà anche una strada diversa, giunta ormai al terzo tempo della sua vita, ma per i primi due tempi è stata ligia al dovere, perfetta e ammirata, e di questo sguardo sociale d’approvazione si è beata, sapendone trarre grandi soddisfazioni, anche economiche, che le hanno permesso quella “bella vita” da cui può, privilegiata, prendere infine serenamente le distanze senza rischiare nulla. Non è poco.
Scegliendo di leggere un libro di Csaba dalla Zorza, si dovrebbe dare per scontato che si troveranno quasi solo odi al bell’apparire. Eppure, nonostante certe scene un po’ troppo da “anche i ricchi piangono”, ho trovato la lettura piacevole. A tratti addirittura profonda! L’indugiare sui dettagli, sulle descrizioni, sulla filosofia di una certa Milano-da-bere, dove i figli passano le estati in Costa Azzurra per imparare il francese, a me è piaciuto. Scusa, Marx.
E poi diciamocelo: non è che tutti i libri che esaltano l’epica delle donne nate a metà del secolo scorso devono per forza ritrarre situazioni di disagio, violenza e povertà. In questo caso, il punto di partenza è diverso, il comportamento svilente del marito è diverso, la fatica fatta è diversa, ma quella narrata è pur sempre una conquista di libertà piena di dignità, che va rispettata e che io ho trovato narrativamente appassionante. Scusami anche tu, Chimamanda.
