Cosa definisce un classico in letteratura? È un testo che resiste al tempo, che presenta personaggi o ambientazioni capaci di diventare un canone per gli autori successivi e che continua a essere letto, citato e studiato.
In questo caso, non ci troviamo davanti a un classico “canonico” alla Tolstoj o alla Flaubert, ma di certo possiamo definire questo romanzo un classico moderno di genere. Il genere è l’horror (psicologico) e gli elementi che introduce come fondamenta del genere sono: la casa infestata che da scenografia diventa personaggio e si fa coscienza, un narratore in terza persona talmente focalizzato sulla protagonista da fondere realtà e psiche, una riflessione chirurgica sulla solitudine e la follia svolta tramite mezzi atipici come l’ironia o l’assurdo. Non a caso anche maestri come King, Straub e Matheson hanno dichiarato il proprio debito nei suoi confronti. E non a caso nel 2018 Netflix attinge ancora a questo romanzo per una delle sue ultime serie.
Shirley Jackson forza quattro personaggi improbabili in una casa buia e inquietante dal passato oscuro, ricca di suggestioni paranormali e riferimenti raccapriccianti. Ma il terrore sta tutto nella protagonista, Eleanor, che a poco a poco trasferisce tra quelle mura una vita di solitudine, sacrifici e instabilità mentale, fino a non riuscire più a distinguere il vero dalla visione, la realtà dall’allucinazione. E noi con lei, non sapremmo dire cosa stia succedendo effettivamente nella casa e cosa stia invece succedendo solo nella mente di Nell. Ma sono poi davvero due piani separati?
La paura nasce dalla mente, non dai mostri. E Hill House è ancora lì a testimoniarlo. Chiusa intorno al buio, si erge sulle colline da ottant’anni, le pareti che salgono dritte, i mattoni che si uniscono con precisione, i pavimenti solidi e le porte diligentemente chiuse. E qualunque cosa si muova lì dentro, si muove sola. Ancora oggi.
MUUUAHAHAHAH!
