Devo ancora una volta a un’amica del mio amato Book Club, Laura, una piacevolissima scoperta: la voce storica di Ilaria Tuti (che io conoscevo solo per la sua epica Teresa Battaglia).
Da subito questo romanzo ti immerge nell’orrore della guerra. Ovunque è fango, fumo, fatica. Sembra di essere in trincea insieme ai soldati, umanissimi nelle debolezze ed eroici nella resilienza, giovani e giovanissimi soli, spaventati, sperduti. La Prima Guerra Mondiale dovrebbe essere raccontata sempre così, sporca e infame, altro che arciduchi e imperi e alleati.
È all’interno di questo contesto inimmaginabile che accade una cosa altrettanto eccezionale: dottoresse donne (!) che curano uomini. Non più solo bambini e altre donne, ma soldati, uomini. Quegli uomini che continuano a guardarle dall’alto in basso, intimoriti dalle suffragette, diffidenti, sgomenti, indignati alla sola idea dell’emancipazione femminile. Sembra il Medioevo. Era l’altro ieri. O è ancora oggi.
E saranno quelle donne grandiose, immense, potenti – chirurghe, ginecologhe, anestesiste, infermiere – a insegnare ai soldati l’arte delicata del ricamo. Un punto dopo l’altro, come le suture che ne ricuciono le ferite, ogni soldato a modo proprio scoprirà il valore di un lavoro d’artigianato da sempre considerato da donne o al più da effemminati. E così facendo ricuciranno anche le proprie anime.
Una storia vera raccontata con precisione storica dettagliata. Inevitabile ma mai stucchevole la storia d’amore che lega come un filo rosso due dei personaggi principali.
Insomma, un gran bel libro, commovente, un racconto intenso e partecipato della vita straziata di esseri umani come noi (ma migliori, mi verrebbe da dire guardandomi intorno).
