MEXICAN GOTHIC di Silvia Moreno-Garcia (Mondadori)

Siamo nel anni ’50: canone gotico rispettato. Siamo in Messico… Come in Messico? E da quando? Da quando la felice penna di Moreno-Garcia riesce bene nella difficile missione di trasferire di latitudine quasi tutti i cliché dell’horror psicologico ambientato in una casa infestata.

La villa dei Doyle, High Place, come ormai vuole il canone, non è solo uno scenario, è un organismo marcio e perverso. I corridoi umidi, i muri coperti di muffa e umidità, l’odore di decomposizione, le stanze sempre avvolte da oscurità e silenzi pesanti, la luce elettrica razionata… Anche la famiglia che la abita porta con sé un’eredità inquietante, fatta di incesti e pratiche abominevoli legate a un fungo misterioso che permea con le sue spore, capaci di alterare le menti di chi ci abita. Poi ci sono i segreti, che non possono mancare mai: tragedie familiari, fantasmi del passato, morti ammazzati…

La protagonista, Noemí Taboada, è lontanissima dalla classica fanciulla (bianca) tremante: è brillante, mondana, ostinata, pure vagamente antipatica. Un personaggio ben riuscito. Nel suo sguardo moderno che si scontra con la decadenza coloniale dei Doyle si crea quel sottotesto sul privilegio, sul razzismo e sul controllo che fa guadagnare al romanzo un po’ di spessore. Non troppo, certo.

Tipicamente, invece, la parte finale del libro è quella meno convincente. Una soluzione narrativa che sembra affrettata, il ritmo che cala, i personaggi che diventano confusi perché invece di rispettare se stessi devono portare a termine la vicenda.

Ah, dimenticavo. C’è chiaramente anche una storia d’amore. Certo che c’è una storia d’amore. Per evitare spoiler non dirò come va a finire, ma tanto lo si capisce già a pagina 5. Certo che sì.

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