LA MECCANICA DEL CUORE di Mathias Malzieu (Feltrinelli)

Presentato come una favola “alla Tim Burton”, questo romanzo è in realtà piuttosto diverso da quello che ci si potrebbe aspettare guardando la copertina o leggendone la quarta. Perché la verità è che le favole sembrano tali solo a una lettura superficiale, mentre quando si comincia a scavare vi si scoprono metafore feroci e allusioni dirette ai peggiori sentimenti dell’umanità.

Il libro (che si inserisce in un più ampio progetto che include un musical, un concept album e un film d’animazione) racconta del piccolo Jack, nato con il cuore congelato. Abbandonato dalla madre, viene salvato da una levatrice che ingegnosamente al posto del cuore gli installa un orologio a cucù. Il meccanismo, però, sembra molto fragile e rende Jack un ragazzo insicuro, isolato e spaventato dalla possibilità che sentimenti troppo forti, come la rabbia o l’amore, possano mandare in tilt l’orologio e quindi ucciderlo.

Naturalmente, i sentimenti forti arrivano. È la vita, d’altronde. E allora inizia il vero racconto sulla fragilità emotiva, sull’idealizzazione dell’altro e su quel modo distorto di amare che nasce quando si confonde il bisogno con il sentimento. Quando incontra la bellissima e svampita Miss Acacia, Jack si innamora follemente, con tutto il carico di possessività, gelosie, angosce e tormenti che può portarsi dietro l’amore in un ragazzo che non ha mai ricevuto nessuna “educazione emotiva”.

Il viaggio attraverso Francia e Spagna insieme a Méliès (sì, proprio lui, l’unico portatore sano di idealismo e fantasia del romanzo) non è un percorso di formazione. Jask si aggiusta il cuore ogni due pagine, ma non aggiusta mai se stesso. E quando infine ritrova Acacia, il suo cuore è una bomba sul punto di esplodere. E di fatto esplode.

La storia d’amore al centro del libro, insomma, non è mai felice e sana. Pur senza spoilerare nulla, è evidente che non può andare a finire bene.

Ecco, il finale è proprio il punto che diverse lettrici del mio adorato Book Club hanno trovato molto carente. Può essere considerato un lieto fine, se si guarda alla maturazione di Jack, ma anche no, se si pensa al classico happy ending delle favole. In ogni caso, dal risveglio dopo i tre anni di coma, il finale della storia è frettoloso e riassume in poche pagine eventi che invece avrebbero potuto (dovuto?) essere approfonditi di più, anche per spiegare meglio tutte le trame metaforiche sottese. L’amaro in bocca, quindi, una volta girata l’ultima pagina, resta per più di una ragione.

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