INVERNO di Ali Smith (Big Sur)

Secondo volume della Tetralogia delle Stagioni (romanzi scritti e pubblicati praticamente “in tempo reale” per incorporare nella narrazione l’attualità più bruciante), è un romanzo di Natale sui generis: senza rassicurazioni, pieno di fantasmi, teste fluttuanti e una casa gelida in Cornovaglia dove nessuno è capace di stare davvero insieme agli altri, ma neanche davvero da solo.

La trama sembra semplice. C’è Sophia, ex donna d’affari benestante, ultraconservatrice, sola in una villa con sedici camere da letto e il frigorifero vuoto. C’è Art, il figlio, che per passione tiene un blog naturalistico, sabotato per vendetta dall’ex Charlotte. C’è Lux, la migrante croata che Art paga per farle interpretare la fidanzata alla cena di Natale dalla madre. E c’è Iris, la zia, sorella di Sophia: pacifista radicale, ambientalista, ex attivista. Le due sorelle non si parlano da trent’anni e si detestano cordialmente. Insomma, quella che si prospetta non è proprio la solita cena di Natale. O forse sì?

L’incipit “Dio era morto: tanto per cominciare” riprende e ribalta l’apertura del “Canto di Natale” di Dickens (“Marley era morto, tanto per cominciare”) e di fatto tutto il romanzo è una variazione contemporanea sul tema: Natale, fantasmi e bilanci di fine vita. Solo che al posto del vecchio avaro c’è una donna che ha sacrificato tutto al lavoro e al denaro, e al posto della redenzione lineare c’è un aggiustamento precario, parziale, merito soprattutto della figura di Lux, unica vera estranea eppure unica luce di verità.

Ali Smith non è un’autrice che si possa recensire in modo breve, tante e tanto profonde sono le citazioni che inserisce con nonchalance praticamente in ogni paragrafo, dal Cymbeline di Shakespeare ai discorsi di Trump, passando per la Brexit, i tweet, Elvis, l’incendio alla Grenfell Tower e via così. Soprattutto, Smith racconta una storia altrimenti lineare cambiando continuamente registro, inserendo giochi di parole, allusioni, salti temporali, slogan, sincopi, monologhi… Per l’aspetto linguistico, kudos meritatissimi a Federica Aceto: la traduzione dev’essere stata impegnativa.

Sì, è un libro sfiancante da leggere. Eppure, o forse proprio per questo sforzo in più che richiede, prezioso. Un esercizio di stile che riesce a raccontarci il tempo che stiamo vivendo mentre lo stiamo vivendo così come lo stiamo vivendo.

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