Quattro coppie americane. Quattro mariti che pensano a guadagnare soldi (e ad assicurarsi un fondo pensione cospicuo) in tutti i modi possibili tranne che lavorando onestamente e che considerano le loro mogli con lo stesso affetto che ho io per il mio cane: sincero ma non proprio egualitario. Quattro mogli che non sono in grado di fare nulla nella vita tranne preparare da mangiare o dare il tormento ai mariti perché taglino un albero, sgomberino il garage o accettino finalmente l’omosessualità del figlio. Sinceramente, sono dovuta andare a controllare in che anno fosse ambientata la storia (spoiler: ai giorni nostri), perché davvero sembra descrivere famiglie di ottant’anni fa…
L’unica coppia che si salva è la quinta, quella composta da un sicario immigrato che si è fatto sposare per avere la green card e dalla moglie che è stata ben felice di offrirgli la cittadinanza in cambio di compagnia nel guardare i suoi adorati film in TV. Almeno, loro due si amano veramente e si trattano con rispetto e lealtà.
Il romanzo è una commedia degli equivoci molto articolata, dove sulla base di supposizioni e congetture sbagliate si creano castelli di carte sempre più alti e fantasiosi.
Sinceramente, fatico a comprendere l’entusiasmo letto in certe recensioni. Non è stata una lettura fastidiosa, certo, ma l’unica cosa che mi ha lasciato è stato l’amaro in bocca per il finale scontatissimo (quando invece si poteva fare ben altro, con tutto quel materiale). Peccato.
