Il cuore di questo romanzo non è, come potrebbe sembrare a prima vista, il boss della camorra Giuseppe Misso, ma il modo in cui lo sguardo della magnifica Teresa Ciabatti si incrina mentre prova a capirlo, per poi raccontarlo. Più che una storia di camorra, è un romanzo sulla narrazione stessa: su cosa succede quando una grande scrittrice decide di avvicinarsi a una figura estrema e scopre che, mentre prova a raccontare l’altro, sta in realtà riscrivendo se stessa. Ci sembra di avere tra le mani un documentario su una figura criminale, invece veniamo travolti da temi come la maternità, l’amicizia, la fatica di essere donna, la malattia.
Questa fortissima io narrante, in crisi ma tenace, incerta ma indefessa, una borghese fuori posto nel mondo criminale, non si limita a raccogliere una testimonianza, ma la mette in crisi continuamente, perché non vuole correre il rischio di trasformare un assassino in un mito ma nemmeno in un mostro. Quello che emerge è un uomo, con le sue fissazioni e debolezze, che quasi ci dovremmo esimere dal giudicare e condannare… se solo non fosse impossibile farlo.
Una sola nota dolente: l’uso stranamente superficiale di bias che nel 2026 dovrebbero essere dei tabù. Una donna che fa un’operazione di bypass gastrico e perde 28 kg si trasforma, ritrova la sua femminilità ed è come una farfalla che esce dal bozzolo? Perché, una donna obesa non può essere una farfalla? O ancora: lo scandalo dell’omosessualità del figlio del boss. Peccato che quello che ci viene raccontato è un uomo transessuale, che si fa chiamare Bruna e si veste da donna. Quindi? Nella narrazione i termini gay, omosessuale e transessuale (e femminiello) si sostituiscono e sovrappongono come se volessero dire tutti la stessa cosa. E no, non è affatto così.
