Due romanzi distopici molto diversi che però, forse perché li ho letti a breve distanza uno dall’altro, durante mesi densi di notizie di politica estera a dir poco inquietanti, mi hanno provocato emozioni molto simili.
Nel futuro terrificante ipotizzato da Christina Dalcher, le donne in quanto tali si ritrovano un braccialetto al polso che letteralmente conta quante parole dicono al giorno, folgorandole dopo la centesima. Nel quasi presente dipinto da Celeste Ng, sono gli asiatici in quanto tali a ritrovarsi estromessi dalla vita pubblica, additati come il nemico, privati dei propri stessi figli che vengono mandati a crescere in contesti considerati più sani, più pattriotici. Ed entrambe sono distopie ambientate negli Stati Uniti, i cui abitanti e governanti hanno evidentemente smesso di essere i buoni che ci difendono dagli alieni e hanno iniziato a essere essi stessi gli alieni.
I due romanzi hanno anche altre tematiche in comune. L’uso della parola come strumento di potere, per esempio. In “Vox”, il contatore di parole è uno strumento politico tecnologico di censura, imposto in modo tirannico e violento, che genera dolore e morte. In “I nostri cuori perduti”, dai toni più delicati, la censura è evidente quando enfatizza gli slogan patriottici, riscrive la memoria, stila elenchi di libri proibiti. Anche il rapporto madre-figli viene approfondito in entrambi i romanzi, mostrando la genitorialità sotto pressione: un’andrenalinica lotta in fuga per un futuro migliore o una malinconia poetica e quasi senza speranze.
Io amo la distopia in tutte le sue declinazioni, perché ci spiega il male raccontandocelo, nelle sue cause e soprattutto nelle sue spesso imprevedibili conseguenze. Però a volte leggerla, anche (soprattutto?) quando è ben scritta, è davvero faticoso.
