Uno sguardo “con gli occhi aperti dietro le palpebre chiuse” è forse la spiazzante metafora che meglio mostra lo squilibrio, da cui il titolo, del disagio psichico raccontato in questo memoir.
Da una parte le diagnosi, tra le altre, di disturbo bipolare e spettro dell’autismo, che obbligano al consumo di dosi massicce di psicofarmaci, sedute di psicoterapia e ricoveri più o meno volontari, dall’altra la vita quotidiana tra la palestra, la sdraio al lido, i viaggi in treno.
Da una parte un bambino cresciuto nella spietatezza selvaggia della vita di campagna, a giocare tra lepri scuoiate e a fare il bagno alla nonna malata, dall’altra un padre chiamato sempre “il negazionista” e una madre presente che però a propria volta si ammala di cancro.
Da una parte la morte del fratellino a pochi giorni dalla nascita, con conseguente autopsia, una tragedia mai elaborata da nessuno in famiglia, dall’altra il tentativo immaginifico di ricucirne il corpo per rimettere insieme i pezzi, per dare forse un senso di unità al tutto, come un compimento finale.
Da una parte, il disagio assoluto che porta a scrivere cose come “mi faceva schifo tenere questa lingua in bocca” oppure “una vita che è diventata essenzialmente un lungo viaggio in cerca di un accendino”, dall’altra un dono per la scrittura che è unico dei grandi, un lessico preciso, ricercato, altissimo, le cui radici affondano nelle collezioni lessicali dove, da lettore, lo scrittore conserva i tesori più preziosi in cui si imbatte, le parole appunto.
Come tutti i libri scritti in prima persona da chi vive il disagio psichico – come non pensare ad Alda Merini o più di recente a Violetta Bellocchio – è una lettura impegnativa, ma probabilmente necessaria, soprattutto per la sua dimensione autoreferenziale. Perché quando chi scrive parla di sé, lo fa da un punto di vista speciale, quello di chi si rende conto di “stare al mondo in contumacia”, e la sensazione è che possa dire molto di più e molto meglio di mille studi clinici.
