Che romanzo. Che grande romanzo.
La storia di Cetta che all’inizio del Novecento parte per l’America e là, facendo la prostituta, cresce Natale, ribattezzato dalla burocrazia di Ellis Island.
La storia di Christmas, brillante e sfacciato, che gioca a fare il gangster ma – come il suo quasi padre Sal – le vite le salva, ma a modo suo, raccontando storie e realizzando il grande sogno americano.
E poi la storia di Ruth, ebrea benestante vittima da ragazzina del peggiore dei crimini, che vivrà una vita legata a doppio filo a quella di Christmas, nonostante la lontanza e il dolore.
E la storia di Bill, psicopatico brutale, nelle cui folli violenze riconosciamo la spietatezza di un mondo incredibile ma purtroppo molto reale.
E sotto tutto la storia degli Stati Uniti di un secolo fa, a partire da New York, uno sfondo ingombrante, tra immigrati e razzismo, le strade in mano alla malavita e il proibizionismo, in un crescendo sincero e straziante che ti fa sentire come se fossi lì, a sentire quegli odori, quei rumori. Per non parlare di Los Angeles, di Hollywood, dell’illlusione della ricchezza e della fama, dell’inizio e della fine di un’epoca.
Ho pianto, quando ho letto la descrizione della prima trasmissione radiofonica di Christmas. La scena è costruita con un tale pathos che… davvero, ho pianto. Era come se Christmas fosse stato un mio amico che finalmente aveva raggiunto il suo scopo e avrebbe finalmente raggiunto anche il suo grande amore.
Un romanzo imperdibile, scritto quasi vent’anni fa da un autore purtroppo scomparso che, per dirla tutta, “avercene”.
