La bambina del titolo è una figlia di brigatisti, la quale, pur di stare insieme alla madre in fuga, decide di lasciare la vita serena con i nonni a Firenze e inizia a girare l’Europa in condizioni sempre più precarie e difficili. Leggere il racconto di una condizione complessa come la latitanza per motivi politici vista con gli occhi di una bambina non è facile, e il confronto costante tra le due figure materne (la madre e la nonna) rende ancora più straziante la confusione della piccola Arianna, combattuta tra affetto, stanchezza e frustrazione.
Purtroppo, però, nonostante le belle premesse, questo romanzo non mi è arrivato al cuore. Sarà perché conosco e frequento poco l’infanzia, ma questa “purezza dello sguardo” – che ha contribuito a far arrivare il titolo nella dozzina finalista del Premio Strega 2026 – non mi ha colpita. Il linguaggio, volutamente e marcatamente “infantile” (almeno fino alle pagine finali), non mi è sembrato un valore aggiunto, ma il minimo che ci si possa aspettare da uno scrittore che decide di usare il punto di vista di una bambina per raccontare le colpe del mondo degli adulti.
Ritengo un pregio più grande l’essere riuscito a non cadere mai, nel corso della narrazione, in facili estremismi politici, che sugli anni di piombo di solito si sprecano. D’altronde, essendo la percezione quella di una bambina, non avrebbe mai potuto essere davvero ideologica.
