La mia ignoranza della letteratura francofona è pari solo alla noia che sento invadermi quando guardo certi film diretti dai cugini d’oltralpe. Quindi, non potrò esprimere nulla di più, riguardo a questo romanzo, che ebbe grandissimo successo (uscì a metà degli anni ’70 del secolo scorso) e che ancora oggi credo possa rappresentare un veicolo potente per le lotte femministe, di un’opinione molto personale.
L’io narrante protagonista è una donna, sposata e madre, incapace di condurre una vita normale perché soffre di emorragie continue, attacchi d’angoscia, allucinazioni e paure incontrollabili. Lei chiama tutto ciò “la Cosa”. Dopo inutili esami medici e mancati ricoveri psichiatrici, si rivolge a uno psicoanalista. Ed ecco la luce. Tramite le sedute di terapia, l’analisi dei sogni e le associazioni tra sintomi fisici, ricordi e verità, tutto viene ricondotto alla sua origine: l’infanzia in una famiglia cattolica e conservatrice dell’Algeria coloniale, i numerosi episodi traumatici vissuti da bambina, la separazione dei genitori, la morte del padre e soprattutto la relazione devastante con la madre, che addirittura le racconta di aver tentato di abortirla.
La madre è il vero fulcro di tutto. Una donna autoritaria, moralista, ossessionata dal decoro, dalla religione e dall’appartenenza sociale. Non si tratta semplicemente di “una cattiva madre”, ma anche del prodotto di una società coloniale, patriarcale e cattolica che le ha insegnato a esercitare sulle altre donne la stessa repressione esercitata su di lei. Verità e miserie davvero difficili da leggere e digerire, ma parte di un percorso inevitabile da fare.
Una delle caratteristiche più forti dello stile di scrittura è la presenza concreta, quasi brutale, del corpo. Sangue, mestruazioni, utero, dolore, sessualità e paure vengono nominati direttamente, in modo crudo e non mediato. D’altronde, il fine è chiaro già dal titolo: guarire non significa semplicemente scoprire “che cosa è successo”, ma riuscire finalmente a chiamare le cose con il loro nome. Da “la Cosa” dell’inizio della terapia alle ribellioni sociali del 1968 su cui si chiude il romanzo, sembra proprio che Marie le parole per dirlo le abbia trovate. E noi con lei.
