Un esordio che promette bene, benissimo. L’autrice è un’anestesista rianimatrice che concretizza il sogno di diventare scrittrice grazie alla scuola di scrittura di Raul Montanari, con un’opera già candidata a diversi premi, ci racconta in punta di penna (anzi, di pastello) una storia difficile, a tratti cruda, senza mai indulgere nella retorica o nel sentimentalismo. Lo spirito rigoroso e scientifico lo si sente anche nelle frasi asciutte, nei pensieri lucidi e taglienti. Sembra di stare in sala operatoria.
L’architettura del romanzo è da manuale. Inizio in medias res, che scatena subito la curiosità: perché una pistola? A chi avrà sparato? E perché? E cosa c’entrano i bambini? Poi la storia che di fatto è un lunghissimo flashback con brevi lampi di futuro, simili a schizzi di sangue rosso sul muro bianco. Chiedo scusa per l’apparentemente inutile dettaglio dei colori, ma questa è la cifra più distintiva dello stile di scrittura: colori, colori ovunque. Colori che definiscono ambientazioni e umori, che sono direttamente collegati a oggetti e sensazioni, che preannunciano o spiegano o approfondiscono. Un’intensa e totale sinestesia tra lo sguardo e gli altri sensi.
Della trama si può dire pochissimo senza spoilerare. C’è una bidella, dei bambini delle scuole medie che stanno diventando ragazzi, storie di bullismo e social media, famiglie che ci provano ma non ci riescono – e che definire assenti sarebbe riduttivo – e poi c’è la scuola, argomento sempre caldo, e una società di adulti ormai alla deriva.
E poi c’è la mente di Renata, la protagonista che vorrebbe tenersi ai margini, dietro le porte, oltre i vetri chiusi. Una mente spezzata, che produce pensieri frantumati, segnata da un trauma che forse le impedirà per sempre di riprendersi.
Da leggere.
