Alba è una linguista che, di ritorno da una conferenza sulle lingue che stanno morendo, decide di rimborsare la sua “impronta di carbonio” piantando degli alberi.
L’acquisto dell’appezzamento di terreno in cui lo farà è, in realtà, l’inizio di molto di più.
Alba ci racconta il suo nuovo inizio soffermandosi spesso sulle parole, ed è anche per questo che me ne sono innamorata. Perché le parole sono realtà: danno forma a ciò che vediamo, sentiamo, ricordiamo. E la loro perdita è una povertà di cui dovremmo accorgerci ogni giorno. Se in Islanda, il terzo paese più ventoso del pianeta, la forza del vento viene descritta attraverso aggettivi che raccontano il modo in cui muove le foglie degli alberi, in una terra priva di foreste, è perché le parole contano. Contano moltissimo.
Il passaggio dalle parole ai fatti è inevitabile, fondamentale, naturale in senso etimologico. Alba pianta alberi e fa nuove amicizie, dal solo padre passa ad aprirsi a una comunità intera, all’interno della quale trova anche un gruppo di rifugiati e con loro la realizzazione di un desiderio di maternità mai sopito.
Sentiamo la sua solitudine, il dolore per la morte della madre, le incomprensioni con la sorella, la relazione scandalosa con uno studente, ma tutto tramite cenni velati, parole quasi silenziose. L’assenza del pathos tipico di temperamenti più mediterranei non implica necessariamente l’assenza di quel sentire. Anzi. Il modo di comunicare è diverso, perché è diversa la lingua, sono diverse le parole, ma la vita è la stessa per tutti.
Il finale è glorioso e per qualche istante ti riappacifica con l’esistenza, nella sua caduca, spesso incomprensibile, sempre indefinibile, semplicità.
